Religione, etica e laicità

Nella attuale congiuntura storica il bisogno dello Stato di disciplinare il multiculturalismo e alimentare la coesione sociale, di assecondare le rinnovate esigenze dettate dalla globalizzazione e dalle acquisizioni che derivano dallo sviluppo medico e tecnoscientifico, fanno emergere in Occidente nuovi risvolti della "questione della laicità". Non è diversa la situazione del nostro Paese. Anzi, a detta di alcuni si assiste da qualche tempo in Italia a una rimessa in discussione della modernità e della laicità da parte di chi sembra auspicare una ripresa dell'emegemonia cristiana sulla società. Si assiste in tal senso a una rivincita del religioso che, sebbene non esibisca tratti di radicalità evidenti in altre parti del pianeta, merita nondimeno di essere tenuta in seria considerazione per le conseguenze che essa genera sul terreno dell'etica e della religione. Collegato a questa tendenza è infatti, secondo alcuni studiosi, il tentativo di rilanciare come religione civile una confessione religiosa che ha perduto lo statuto di religione di Stato e di ottenere una tutela statale per un'etica particolare, propugnando una cultura cristiana come elemento identitario accettato anche da atei devoti.
breve estratto
1. Il 9 febbraio 2007 in un breve articolo affidato alle pagine del quotidiano "la Repubblica", recentemente ristampato in volume per i tipi di Laterza, Gustavo Zagrebelsky commentava con visibile disappunto un editoriale apparso qualche giorno prima su "Avvenire". In un documento recante «il tono di una "nota diplomatica", contenente un memorandum e un ultimatum, il tono cioè di atti di natura ufficiale nei rapporti tra Stato e Stato», attraverso il giornale dei vescovi la Chiesa aveva infatti manifestato il proprio dissenso intorno al progetto legislativo deputato a disciplinare le unioni civili che vedeva allora impegnato il governo presieduto da Romano Prodi.
Il memorandum contenuto nell'editoriale indirizzava un'accorata obiezione alla legge sui diritti e doveri delle "coppie di fatto", di cui si andava insistentemente dibattendo in quel periodo. Secondo la Chiesa infatti essa avrebbe minato l'istituto coniugale legittimando un modello «alternativo e spurio» di famiglia; di più, mettendo «in modo forzoso e inevitabilmente sconvolgente su un piano analogo la programmatica stabilità della famiglia definita nell'articolo 29 della nostra Carta fondamentale e la condizione liberamente altra delle scelte di mera convivenza», essa avrebbe contraddetto il favor per la famiglia fondata sul matrimonio codificato da una bimillenaria tradizione culturale e giuridica. «Se il testo che in queste ore circola come indiscrezione fosse sostanzialmente confermato — concludeva l’editoriale di "Avvenire" — noi per lealtà dobbiamo fin d'ora dire il nostro "non possumus". Che non è in alcun modo un gesto di arroganza, piuttosto è la consapevolezza di ciò che dobbiamo — per servizio di amore — al nostro Paese. L'indicazione franca e disarmata di uno spartiacque che inevitabilmente peserà sul futuro della politica italiana».
L'ultimatum sarebbe contenuto, secondo Zagrebelsky, nell'ultima espressione, qui riportata in corsivo. Essa non veicola un’indicazione afferente ai rapporti tra la Chiesa e lo Stato italiano, nel qual caso si potrebbe a ragione riferire — secondo l'art. 7 della nostra Costituzione — a questioni di politica estera tra soggetti sovrani che si riconoscono come tali. Diversamente, «attraverso un suo organo ufficiale — non un gruppo di cittadini o deputati cattolici, nella loro autonomia, ciò che farebbe una differenza essenziale — [la Chiesa] parla del futuro della politica italiana, parla cioè della vita interna dello Stato e delle inevitabili conseguenze su di essa». Un atteggiamento che mina alla base i delicati equilibri del regime concordatario. Né, prosegue il giurista, può essere sottovalutata quella locuzione che, introdotta nelle battute conclusive dell'editoriale, costituisce solo apparentemente una innocua aggiunta: per lealtà. Si tratta al contrario di un preciso avvertimento, dell'annuncio di «conseguenze perturbatrici del quadro parlamentare» e della libera dialettica democratica. Di fronte a tali ingerenze, scrive Zagrebelsky, i rappresentanti delle istituzioni hanno il dovere di reagire con fermezza: ci sono infatti «questioni sulle quali anche da parte dello Stato democratico dovrebbero essere detti dei non possumus. Ci sono princìpi irrinunciabili di laicità e democraticità delle istituzioni che sono non negoziabili».
2. Il 30 marzo 2006, a ridosso delle elezioni politiche che vedranno l’affermazione della coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi, Benedetto XVI aveva ricevuto in Vaticano i parlamentari del Partito Popolare europeo in occasione del 30° anniversario dalla sua fondazione. «Vita, famiglia, educazione: non negoziabili». È questa la sintesi del discorso che il Pontefice aveva tenuto di fronte ai politici convenuti. Un discorso che nella sostanza si articolava nei seguenti punti: a) l'Europa affronta nella attuale congiuntura storica questioni di rimarchevole importanza, come quelle che interessano i cruciali temi dello sviluppo e dell'integrazione; b) allo scopo di affrontare nel modo più proficuo queste sfide e di garantire ai propri cittadini un modello sociale e un orientamento etico sicuri in una stagione di profondi e radicali mutamenti, l’Europa potrà e dovrà ispirarsi a quella eredità cristiana che ha contribuito a forgiare l’identità del Continente e che oggi alimenta nelle sue popolazioni la consapevolezza di far parte di una civiltà comune; c) nella misura in cui l’eredità cristiana, la tradizione di cui essa è espressione, veicola «valori fondamentali» per l'avvenire della società, dall'impegno con essa l'Unione Europea riceve un prezioso arricchimento; al contrario, è un grave segno di debolezza e di intolleranza cercare di opporsi o di ignorare tale tradizione e l'apporto che essa può offrire nell'indirizzarsi verso una «sana visione secolare» dello Stato e della società.
«Non bisogna dimenticare — ammoniva il Pontefice — che quando le Chiese o le comunità ecclesiali intervengono nel dibattito pubblico, esprimendo riserve o richiamando certi princìpi, ciò non costituisce una forma di intolleranza o un'interferenza, poiché tali interventi sono volti solamente a illuminare le coscienze, permettendo loro di agire liberamente e responsabilmente secondo le esigenze autentiche di giustizia, anche quando ciò potrebbe confliggere con situazioni di potere e interessi personali». Quando la Chiesa cattolica interviene nell'arena pubblica non esercita dunque una funzione confessionale ma si rivolge a tutte le persone, prescindendo dalla loro specifica affiliazione religiosa. L'interesse primario della Chiesa è «la tutela e la promozione della dignità della persona» e in vista di ciò «essa richiama consapevolmente una particolare attenzione su princìpi che non sono negoziabili». Questi princìpi «non negoziabili» Benedetto XVI non manca di riassumerli in conclusione del discorso indirizzato agli esponenti del Partito popolare europeo: «a) tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale; b) riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio, e sua difesa dai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale; c) tutela del diritto dei genitori di educare i propri figli».
3. L'articolo di Gustavo Zagrebelsky e il discorso di Benedetto XVI ai parlamentari del PPE, i due documenti qui brevemente richiamati, contribuiscono a indirizzare da due diverse (antitetiche) angolature la complessa questione — religione, etica e laicità — che il presente volume in modo "neutrale" e filosoficamente rigoroso si propone di inquadrare. È senz'altro vero che il bisogno dello Stato di disciplinare il multiculturalismo e alimentare la coesione sociale, di assecondare le rinnovate esigenze dettate dalla globalizzazione e dalle acquisizioni che derivano dallo sviluppo medico e tecnoscientifico fanno emergere in Occidente nuovi risvolti del problema della laicità. È altresì vero che la "questione della laicità" afferisce oggi in maniera preminente alle «basi etiche e razionali della società civile e dello Stato che la riassume e la orienta». Non pare invece pacifico, o comunque non è del tutto privo di tratti aporetici nell'attuale congiuntura storica, il giudizio di chi — come V. Possenti — nel trasferire del tutto legittimamente l'attenzione sulle «basi etiche e razionali di società civile e Stato», sembra "archiviare" di fatto un lato del problema, asserendo che si sta «passando dall'antico tema della laicità dello Stato e del suo rapporto con la Chiesa a quello della laicità della democrazia».
Breve estratto (senza note) della Introduzione a Religione, etica e laicità, a c. di Hagar Spano, Fridericiana Editrice Universitaria, Napoli 2008.
Parole chiave: Stato - laicità - laicismo - autonomia - politica - Vaticano